Che fai, esci?

Dopo l’editto della Fase 2, detta anche “dei congiunti e del caffè da asporto”, in città si respira una certa aria di ultimo giorno di scuola (se le scuole fossero aperte), di pulizie di primavera che preludono a una possibilità di ricominciare a lavorare “per molti ma non per tutti”, come recitava una pubblicità di qualche tempo fa.

Se fino all’altroieri postini, operatori ecologici e corrieri in furgoncino o bicicletta erano unici padroni delle strade, in quello che sarebbe stato il ponte del 1° Maggio  dietro molte saracinesche ancora abbassate si vedono filtrare luci, si sentono voci. I cartelli che in uno stile tristemente burocratico segnalavano le chiusure “in ottemperanza alle disposizioni del Governo….” lasciano il posto a confidenziali “apriremo presto” scritti a pennarello su foglio A4: una speranza e una promessa per tutti i clienti che torneranno. Anche in fila, anche a distanza di sicurezza, anche indossando la mascherina ma torneranno.

Si comincia a vedere una (tenue) luce al fondo del tunnel, più o meno fulgida a seconda che si abiti in provincia di Asti, Treviso o Cosenza, dipende dal Presidente di Regione che ti è toccato in sorte e dall’incremento percentuale dei contagi. Come dire: oggi è così ma domani potrebbe riavvolgersi il nastro e di nuovo tutti dentro, a ricominciare daccapo. Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questa quarantena, oltre naturalmente a farci il pane da soli, è a dare una nuova importanza a quello che potrebbe succedere e ad essere meno ossessionati dal qui e ora. Siamo passati dall’affannarci per avere tutto “just in time” ad essere pronti per ogni evenienza, ”just in case”. 

Ognuno a suo modo si prepara a uscire. Indossiamo le scarpe in casa per riabituare ai tacchi i piedi accasciati dalle pantofole, togliamo le tute e i maglioni comodi, facciamo finalmente la lista di quei beni non ancora comprati su Amazon e affini perché non così necessari o perché i tempi di consegna erano considerati troppo lunghi e pensavamo che i negozi avrebbero riaperto prima dell’arrivo del pacco.

A metà Marzo ho rinunciato a comprare due pesi per fitnesss sul sito di Decathlon perché garantivano la consegna in quindici giorni che mi sembravano un’eternità…. erano i tempi della beata illusione di una riapertura il 3 Aprile e sembra sia trascorsa una vita! Nel frattempo mi sono arrangiata, ma conto sull’apertura del 18 maggio per correre ai ripari con gli esercizi per i tricipiti. Nel frattempo i pesetti sono andati out of stock, così imparo a non cogliere l’attimo.

Ma ogni libera uscita comporta delle responsabilità – ricordate quando conquistammo le chiavi di casa?- e il ritorno alla normalità, oltre a non essere del tutto privo di rischi, ci riempie di una sensazione molto simile all’ansia da prestazione: la realtà è che forse ci stavamo abituando.  Non tanto alla solitudine o alla limitazione dei contatti, ma alla possibilità di gestire il nostro tempo senza dover rendere conto delle scadenze imposte dall’esterno. Qualunque cosa abbiamo fatto negli ultimi due mesi, letture, serie tv, pulizie, uscite per la spesa, yoga in diretta Instagram eravamo noi a gestirne le tempistiche. Senza fretta, senza dover andare da un’altra parte, senza dover fare qualcos’altro. Tutto quello che c’era da fare era lì, dentro casa: noioso, ripetitivo, a volte angosciante, altre volte isterico. Una routine quotidiana gestita da noi, senza imprevisti, senza deragliamenti, senza sapore ma sotto controllo.

Come se per due mesi avessimo pedalato su una cyclette: molto movimento ma sempre fra le pareti di casa. Adesso abbiamo voglia di salire metaforicamente (ma anche non tanto metaforicamente, se si vuole dare una mano al problema dei trasporti urbani, che sarà grave) su una bicicletta vera e tornare a pedalare sul serio. All’inizio  saremo un po’ arrugginite, ma ad andare in bicicletta, come a nuotare, non si disimpara mai e riprenderemo presto il ritmo della pedalata.

L’orizzonte è stato riportato  se non proprio alla sua distanza naturale e infinita, almeno fino ai confini della propria Regione e a breve per  raggiungerlo non occorrerà nemmeno più un’autocertificazione anche se, una volta arrivati fin lì non ci si potrà sedere in un bar per un caffè prima di tornare indietro.  Chi già dalla seconda settimana ha sentito la fatica di esercitare la pazienza può finalmente approfittarne.

Basta non dimenticare che, se non staremo tutti molto attenti,  quello stesso orizzonte potrebbe ritornare a duecento metri dalla porta di casa. E allora non ci dovremo proprio più lamentare.

(15.continua)