Confesso: ho giocato con la Barbie.

Barbie è uno di quei fenomeni che dividono la gente: qualcuno la odia e qualcuno la ama.  Io sono tra quelli che la amano: rappresenta la mia infanzia, con le amiche che abitavano al piano di sopra , da cui andavo a giocare appena finito il pranzo.

Loro avevano la casa di Barbie, quella degli anni ’60 con i mobili in cartone, non quella di plastica che è venuta dopo. Occupava una buona parte del pavimento del salotto della casa di montagna e stavamo delle ore a ripiegare i vestiti negli armadi e a “facciamo che adesso va a prendere la sua amica e vanno a sciare”. Oltre a Barbie c’erano Midge, Skipper e anche un Ken un po’ derelitto e abbandonato a se stesso , perchè non avevamo ancora capito l’utilità di un maschio nella vita di tutti i giorni.

Era un evento ogni volta che qualcuno mi regalava un nuovo abito, nella confezione piatta con tutti gli accessori – barboncino compreso – che si dovevano staccare dal cartone uno per uno.
Ho collezionato gonnellini da pattinatrice, uniformi da infermiera e da hostess, completi da cavallerizza con giacchetta pied de poule, da sciatrice con giacca a vento norvegese e pantaloni attillati, vestaglie e baby doll rosa e trasparenti, abiti da sera in raso giallo con strascico argentato o in paillettes nere con balza in tulle alle caviglie.
Decine di sci, selle da cavallo, ciotole per cani, micro borse a tracolla , minuscoli stetoscopi, scatole di cornflakes in scala minima, stivali e scarpette spaiate che sparivano e ricomparivano ogni momento. Ricordo ancora ogni pezzo, che è ancora lì, nella valigia scozzese che io e mia sorella abbiamo conservato gelosamente e con cui hanno giocato anche le nostre figlie.

Nessuna di noi ha tagliato loro i capelli, pasticciato la faccia con i pennarelli, staccato una gamba o un braccio  e non abbiamo mai avuto il camper, l’elicottero o il suv fucsia, anche se avrebbero dato un senso all’esistenza di Ken.

Ho un anno in meno di Barbara Millicent Roberts, nata nel Wisconsin il 9 marzo 1959 sotto il segno dei Pesci e – a parte avere la Barbie del Cinquantenario che troneggia in salotto –  non sono diventata un fashion victim, mai stata una donna oggetto e non mi sono fatta aumentare chirurgicamente la misura di reggiseno. Ho superato indenne il periodo Barbie ma ancora ricordo quanto invidiavo alle mie amiche la casa in cartone.

E così a mia figlia negli anni Novanta ho regalato la casa di Barbie, quella di plastica rosa. Bella, grande, completamente accessoriata, con cui giocare a “facciamo che” con le amiche dopo la scuola. Tanto la fantasia dei bambini riesce a rendere poetica anche la plastica.

Nella foto: la Barbie del Cinquantenario.

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