Di cosa parliamo quando parliamo di mamma

Prima della telefonata di auguri, prima di presentarci con una scatola di Ferrero Rocher o una piantina comprata alle bancarelle delle onlus perché non fare un ripasso del concetto di mamma, dei significati che si sono aggiunti negli anni, di come è cambiato e, soprattutto, di come noi siamo cambiate, una Festa della Mamma dopo l’altra ? Così, tanto per non perdere quest’occasione di fare un bilancio di verifica, uno di quelli che ci vengono tanto bene proprio nel caso di feste e ricorrenze. Quando ci prende anche la lacrima facile.

All’inizio è stata benessere. Rifugio, conoscenza, protezione, dolcezza. La sola, l’Unica, la vincitrice del Nobel, dell’Oscar,  del Festival di Sanremo, del Rally di Montecarlo, di Miss Italia, dell’oro alle Olimpiadi. Mani, voce, sorriso  che ci accompagnavano, ci facevano addormentare fiduciose, addolcivano tristezze troppo grandi. La pastasciutta pronta in tavola e la minestra di verdura “che fa bene”. La dispensatrice instancabile di quel ritornello infinito di “ringrazia”-“saluta”-“chiedi scusa” che è stato alla base della nostra  educazione (e di quella dei nostri figli).

Dopo è diventata scontro. Ribellione, contrasti, imbarazzi, rimproveri, obblighi, lacrime. Voglia di cambiarsi a vicenda. Strappi d’orgoglio. Lotta continua. Prove di forza perse in partenza. Voler diventare, pensare, fare qualsiasi cosa ma in modo diverso da come lo aveva pensato e fatto lei. Mai un vestito che non suscitasse critiche, mai che si fosse d’accordo sull’ora per rientrare o sul fidanzato di turno. Ogni giudizio era (ci sembrava) negativo, ogni decisione era fonte di discussioni infinite. Ma poi la chiamavamo in “reverse charge” dall’altra parte del mondo solo per dirle “sto bene, non preoccuparti”.

Poi si è trasformata in presenza. Supporto, libretto degli assegni, baby sitter a costo zero, ceste di biancheria stirata, consigli non richiesti ma su cui – bisogna ammeterlo – ci siamo poi sorprese a riflettere. Piatti pronti lasciati in frigorifero in dosi leggermente abbondanti, per eventuali amici a cena. Servizio scuolabus e aiuto per i compiti, commissioni in banca o alla posta per non farci perdere una mattina in coda. Offerte di collaborazione alle quali era chiaro che avrebbe tanto voluto che rispondessimo con un si invece che con il solito, testardo “ce la faccio, grazie” con cui credevamo di dimostrare chissà cosa.

Ora è cura. Memoria che sbiadisce, discorsi sempre uguali con le stesse notizie ripetute in loop, come se fosse il TG di Sky. Piccoli egoismi, problemi che tornano a essere quelli primari: quanto ha dormito, cosa ha mangiato, quanto fa freddo. Sensi di colpa perché la sentiamo un peso. Le questioni in sospeso lasciate da parte per sempre, perché non sono più al centro del problema. Piccole bugie sull’età di un amico che non c’è più: “era molto più vecchio di te”; e lei che non ci crede e si offende pure perché pensa che la si prenda per scema. Vestiti che sono diventati troppo grandi, passi che sono diventati troppo lenti. E un anticipo di solitudine che ci prende nei momenti di sconforto.

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