Cronache dal cantiere. Terza puntata: fine del tunnel e happy ending

Come in un personale Deserto dei Tartari attendo nella mia Fortezza Bastiani incasinata che accada qualcosa e continuo a lavorare scrivendo sugli uomini bastardi e proteggendo con il mio corpo computer e stampante dalla polvere, che dopo ripetuti passaggi di aspirapolvere e stracci assortiti è stata quasi del tutto debellata. Mi sono anche munita di bomboletta ad aria compressa che ogni tanto soffio sulla tastiera.

Le cene si fanno sempre più frugali: esauriti gli amici e volendo evitare i parenti, mangio hamburger sul divano dopo aver tolto il lenzuolo rammendato della nonna che lo ricopre. I sanitari sono stati finalmente spostati dal salotto alla loro sede naturale, la lavatrice è di nuovo in funzione. I muratori e gli idraulici hanno finito.

Il decoratore può iniziare. Anche se manca il mobile posso comunque fare la doccia e la lavatrice nonostante  tutte le cose da bagno e i detersivi siano in cucina, l’asse da stiro sia “provvisoriamente” accanto al cassettone in camera da letto e non è certo ancora il momento dei dettagli come attaccare il porta carta igienica e gli appendi-accappatoio. Sabbietta e ciotole di Nala sono state risistemante e lei si aggira circospetta per capire se il pavimento nuovo le piace. Però almeno è arrivata la porta.

Il dilemma è: meglio un pezzo per volta e andare avanti con la casa che continua a essere un casino oppure aspettare nella casa che è un casino a cui mi sto adattando e poi vedere finito tutto insieme?

Sono ormai saltate tutte le casistiche di Terry la custode che quando mi vede ormai scuote il capo con compassione e ha già diagnosticato la fine lavori per agosto. Il vantaggio è che gli operai le sono simpatici anche se non li capisce perché parlano piemontese e lei è più abituata alla manovalanza rumena. Inizio a sospettare che sia ormai contenta di vederli e quindi non abbia interesse a che il cantiere finisca, nonostante sia in attesa dell’adeguato riconoscimento economico per il suo lavoro di coordinamento dei mezzi nel cortile. Per inciso, ogni mattina provvede ad annunciarmi l’arrivo di chiunque e citofona chiedendomi -in modo che tutto il vicinato senta – se sono sveglia e vestita.

Si decide il colore delle pareti facendo un ragionamento cromatico assolutamente sensato dal punto di vista logico ma abbastanza impegnativo dal momento che con la scelta di QUEL punto di grigio , tutto il resto della casa , che parzialmente si era salvato dalla furia ristrutturatrice, sta da cani. Come se non bastasse qualche mese fa mi era esplosa una caffettiera ottenendo un curioso effetto animalier maculato sulla parete gialla e quindi, visto che una cucina che sembra un vestito di Roberto Cavalli non è sostenibile, si decide di intervenire ritinteggiando anche qui, osando un colore un po’ meno low profile. Vada per l’arancio Hermés.

La cucina si riempie di prove colore e di campioni, alla ricerca dell‘Arancio Perfetto: dalla shopper di Hermés (giusto, ma troppo scuro vicino ai mobili) alla confezione di vitamine (troppo violento) passando dal fustino del detersivo (quasi quasi ci siamo) e il ritaglio di giornale (questo va bene). Avrò una cucina tra il parigino chic e l’Hare Krishna, dove saranno di sicuro favorite le  ispirazioni culinarie e meditative, due cose per le quali sono negata.

Si vede la fine del tunnel, in settimana tutto sarà FINITO, anche se si attendono ancora notizie certe del mobile del bagno, ma non dispero.

Peccato, dopo un mese cominciavo ad abituarmi ai libri nelle cassette della frutta, ai quadri appoggiati a terra, ai soprammobili nell’armadio e ai divani ricoperti dal lenzuolo della nonna. Una situazione a metà tra la scenografia del Fantasma dell’Opera e il reportage dalle zone devastate dall’ uragano Katrina.
Magari per qualche giorno scendo ancora all‘hamburgeria, tanto per non perdere l’abitudine.

(3.fine)

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