Armadi pieni, sindrome del «non ho niente da mettermi» e moda consapevole: per uscirne vive occorre l’Armadioterapia.

Si può tirare in ballo tutto l’armamentario delle frasi sullo stile: che ognuna se lo crea, che lo stile non è la moda ecc.. ecc…

Sono d’accordo su tutto, lo stile ce lo si costruisce.

In anni e anni di “speciale sfilate”  di Marie Claire e Elle, a cui ci sembrava indispensabile aggiungere anche lo “speciale accessori”  abbiamo incamerato un sacco di idee e un sacco di vestiti che se ne stanno lì, dietro le ante dei nostri quattro stagioni e che periodicamente vengono spostati dai piani alti ai piani bassi per poi ritornarsene da dove erano venuti, talvolta senza mai mettere il naso fuori.

Sono abiti troppo larghi, troppo stretti, troppo lunghi. Abiti mai messi, ancora con il cartellino del prezzo, di cui ci siamo innamorate a prima vista senza avere ben chiaro quando e come indossarli. Abiti messi tantissimo ma da cui non vorremmo mai separarci, se solo fossero ancora un po’ di moda. Abiti troppo bonton, che avrebbero bisogno di un tocco di “nonsocosa” per uscire dalla banalità.

Per esempio i capi indispensabili. Quelli che periodicamente le riviste di moda tirano fuori quando sono a corto di idee. Ne conosciamo a memoria il rosario: camiciabianca-tubinonero-jeans-giacca-filodiperle-decollétécontacco-ballerine-pantalonenero-cappotto-trench.

E poco importa se, con i cambiamenti climatici in corso il trench lo mettiamo dieci volte soltanto, se con la camicia bianca sta bene solo Uma Thurman, se di tubini neri ne abbiamo cinque o sei versioni, adatte ad ogni stato d’animo o condizione di fisico. Li abbiamo tutti lì. Come i jeans, conservati soltanto per ricordarci che anche noi, un tempo, vestivamo la taglia 38.

Perciò ci troviamo oggi con armadi strabordanti di abiti, maglioni, scarpe di cui non sappiamo esattamente cosa farcene, perché ci sembrano sempre inadatti. Anche perché è molto facile abituarsi ad abbinare sempre la stessa camicia agli stessi pantaloni, o acquistare sciarpe dai colori talmente simili da far sembrare tutti uguali i giacconi e i cappotti. Chi ha più il tempo o la voglia di rimettere in discussione ogni volta un abbinamento che ci sembra soddisfacente? Ed è così che ci sembra di non avere mai niente da mettere perché quello che abbiamo non lo “vediamo” più.

Che fare? Comprare altri abiti? Svuotare tutto?

Da un po’ di tempo fioccano da ogni parte inviti al consumo consapevole e si parla spesso di moda etica. Ne parlano le top model e gli stilisti, le giornaliste e le blogger.

Durante la settimana della Moda di Milano Livia Giuggioli, moglie di Colin Firth da sempre impegnata a promuovere la moda sostenibile, ha presieduto la consegna dei Green Carpet Fashion Award Italia destinati a chi disegna, produce e commercializza un tipo di abbigliamento che è l‘esatto contrario del fast fashion. Per ribadire il concetto del riuso la signora indossava un Capucci Vintage  che in quanto a bellezza se la giocava alla pari con il marito in smoking.

Insomma, non si butta via più niente. Ma come conciliare questa affermazione con i manuali di Marie Kondo, che consiglia dei repulisti ragionati e motivati fin che si vuole  ma pur sempre drastici?

Una signorina giapponese colloca la felicità nel possesso di pochissimi pezzi. TRE CAMICIE, DUE PANTALONI, UNA BORSA, QUATTRO PAIA DI SCARPE . Parliamone… Intanto un uomo avrebbe incluso soltanto DUE paia di scarpe. Ma poi come la mettiamo con i cappotti? oppure un golfino per quando fa più fresco?

Come mettere d’accordo quindi  l’armadio di Carrie Bradshaw , il decluttering giapponese e la fatidica, ineluttabile  angoscia del «non ho niente da mettermi»?

«Ma se butto tutto, come vado vestita alla cenetta tra amiche? O a teatro?»

Ed ecco che il riciclo comincia ad avere un senso . La moda etica scende dai palcoscenici per arrivare ai nostri armadi. 

Più facile a dirsi che a farsi. Abbiamo appena imparato a fare la raccolta differenziata dei rifiuti (e ancora abbiamo il dubbio su dove gettare il coperchio in latta del vasetto di vetro della marmellata) ma se ci chiedessero come si fa a riutilizzare quello che diligentemente separiamo non sapremmo da che parte cominciare.

Ci servono altri occhi con cui guardarci.

Occhi di qualcuno che, con esperienza e sensibilità, ci aiuti a capire cosa si può tenere , cosa sia da rivisitare attraverso minimi interventi oppure decisamente da abbandonare, senza rimpianti e senza sensi di colpa. Magari rimettendo in circolo i nostri capi con un piccolo guadagno attraverso chi vende moda di seconda mano.

A volte anche i piccoli strappi o la stoffa che cede  possono creare nuovi spunti : a noi sembrano solo il buco di una tarma.  Un rammendo in contrasto o un ricamo in un punto strategico renderanno quel capo talmente originale che avremo voglia di metterlo più spesso.

Ma ci vuole creatività, non basta la rammendatrice della nonna, di quelle che tanto non se ne trovano più.

Non giochiamo a fare le sarte. E se non sapete che pesci pigliare, provate a consultare Paola&Paola, alias La Guardarobiera

Consigli su come abbinare la vecchia giacca sportiva indossata sempre e solo con i jeans o per ravvivare un abito un po’ spento con una sciarpa di un colore che mai avremmo pensato potesse entrare nei nostri armadi, ma anche soluzioni per rendere meno banali le solite T-shirt e idee per mettere il buco di una tarma al centro di una Via Lattea di stelle ricamate: questa è la loro “armadioterapia”.
Rilassiamoci e lasciamo fare a loro: scopriremo un nuovo mondo dietro quelle ante.

 

LA GUARDAROBIERA –  Paola P.349 4287507  Paola V.331 7735176

 

 

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