Zingarate attempate

Si, lo so: alla nostra età se proprio si ha piacere di andare a Venezia per fare un giro alla Biennale ci si organizza il weekendino nel bed and brekfast caruccio, la colazione vista canale, la visita tranquilla, il giro dei bàcari, il rientro soft. Invece noi siamo andate e tornate da Venezia in giornata. Una zingarata, insomma.

Il fatto che io elaLuisa facciamo 117 anni (e mezzo) in due non è influente: non c’è un limite di età per una fuga dalla consuetudine e più si è avanti con gli anni più le zingarate danno soddisfazione.

E poi scusate, tutti lì a dire che figo la Bruni e la Ramazzotti che scappano dal manicomio e noi ci dobbiamo sentire due pazze solo per aver preso un giorno di ferie, essere salite sul treno delle 7.05 e aver rimesso i piedini sul suolo sabaudo alle  23,30? Come minimo ci meriteremmo un extra bonus di punti cartafreccia:  siamo la prova provata che due signore non più giovanissime reggono perfettamente un andi e rivieni nelle 24 ore sulle FS senza effetti collaterali.

Il nostro lato romantico (a noi fan di Jane Austen esce fuori il lato romantico anche a un’ora in cui i ventenni vanno a dormire e la gente normale un mercoledi di settembre si sveglia per andare a lavorare) ci fa pensare che Venezia è pur sempre Venezia e anche a Bruno Ganz di Pane e Tulipani. Ma ci sarebbe voluto qualche giorno in più: a Venezia i fiorai fascinosi non si trovano a Santa Lucia appena scese dal treno.

Biglietti fatti on line, Hogan di ordinanza (la descrizione dell’outfit delle torinesi in trasferta di loisir la potete  leggere cliccando QUI), Vanity Fair e quotidiani, ombrello pieghevole, cappellino impermeabile e piumino 100 grammi in borsa, con l’aggiunta del caricabatteria di riserva per il telefono. Come dire: quel tanto di esperienza di mondo e di corretto uso della tecnologia che ci inorgoglisce e ci da la sensazione di essere al riparo da ogni imprevisto.

Sul treno i soliti commercialisti e avvocati con risvoltino, i giovani trendy diretti alla Fashion Week e gli immancabili turisti giapponesi.

Il tragitto a piedi verso l’Arsenale inizia all’ insegna del totale relax con la fermata per la colazione, l’esame delle vetrine e la decisione di acquistare – poi, sulla via del ritorno – una palla di vetro di Murano da appendere all’albero di Natale. La sosta da Bottega Veneta al Fondaco dei Tedeschi convertito in emporio del lusso completa il prologo della gita.

Secondo il programma (dopo il selfie sghembo davanti all’ingresso) ci dedichiamo ai padiglioni dell’arte tutto il resto della giornata rimanendo di volta in volta incuriosite, affascinate, perplesse, stupite, divertite davanti a ogni installazione. Il padiglione dell’Italia mi crea un po’ d’ansia e anche un senso di vertigine dovuto a una ripida scala al buio: forse non sarò in grado di coglierne la contemporaneità?

LaLuisa mi viene in soccorso con la sua competenza e ci divertiamo a usare come chiave di lettura la descrizione dei materiali con cui sono realizzate le opere: un mix di tubi, giunti, costruzioni cinetiche, tende, motori elettrici, cemento, bronzo, laminati, materiali di scarto, tessuti, pietre, ceramica, carrelli da supermercato, scatole di plastica, scarpe da corsa usate, attrezzi da giardino, bambù, monitor. Anche un box doccia.

Sembrano passati secoli da quando abbiamo formato il nostro gusto per l’arte su opere la cui descrizione recitava semplicemente “olio su tela”. Bisogna aggiornarsi, signore mie.

Ci concediamo delle pause da vere ladies per mantenere alta la qualità della gita: niente focaccina mangiata sui gradini ma un cous cous e una burrata al ristorantino tra i padiglioni, un caffè a metà pomeriggio in un bar-serra ai Giardini dell’Arsenale e naturalmente lo spritz prima di prendere il treno del ritorno.

Allo scopo scegliamo un bàcaro un po’ buio, con poster e foto di jazzisti, bella musica e qualche centinaio di reggiseni appesi al soffitto, con tanto di dediche e date scritte a pennarello sulle coppe di ogni misura. Un simpatico ricordo delle turiste passate di qua e un modo originale di risolvere il problema di rimbombo.

L’atmosfera è carina e rilassata, come d’altronde lo è stato tutto il resto di questa nostra zingarata attempata. Talmente rilassata che mentre stiamo raccontandoci cose e sentimenti laLuisa da’ un’occhiata all’orologio.

Da questo momento inizia la fase sportiva: mancano 35 minuti alla partenza del frecciarossa – ovviamente l’ultimo della giornata – e noi ci troviamo a Rialto. Non sappiamo esattamente quale sia la distanza dalla stazione (in effetti ci sembrava più vicina!) ma da questo momento iniziamo a camminare come nemmeno nella più dura lezione di fitwalking. Salendo e scendendo dai ponti, evitando i turisti che cominciano ad aumentare all’ora di cena, dribblando i trolley di altri viaggiatori che non stanno per perdere il treno. E meno male che siamo allenate. Sul tragitto penso che la gatta è a casa da sola, che la palla di Natale in vetro di Murano la compriamo la prossima volta, che sto sudando via tutto lo spritz e benedico la personal trainer che ad ogni lezione mi sprona a fare la falcata più lunga.

I capotreno si vedono arrivare due trafelati e paonazzi proiettili umani a rischio infarto e ci tranquillizzano:«Signore , non stiamo ancora partendo ». Una sistematina ai capelli, cercando di recuperare un po’ di dignità e cerchiamo i nostri posti prenotati.

Prossima destinazione: Firenze

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