Dietro ogni atleta c’è una mamma al bar

Sembra  quasi di vederle: al bar della piscina dove anche il caffè ha odore di cloro, in autogrill al seguito della squadra mentre mangiano un Camogli unto e mandano in vacca la dieta, sedute al chiosco della stazione sotto il tabellone degli arrivi in attesa di aiutare l’allenatore a tirar giù dal treno piccoli atleti addormentati e sacche riempite alla bell’e meglio. Perfino alla VIP lounge del torneo di Montecarlo dove tutto lo champagne dello sponsor non basta a placare l’ansia. Ma anche in una baita di montagna a scaldarsi con uno zabajone (massì, con un goccio di qualcosa di forte) tra una manche e l’altra o al bar del circolo a calcolare i colpi a ogni buca sbocconcellando un toast.

Sono le mamme degli atleti, piccoli e grandi, famosi e no, campioni e promesse: anni e anni passati al bar. Qualunque bar purchè vicino al campo di allenamento, alla palestra o al centro sportivo, come delle alcoliste all’ultimo stadio. Nervose per i caffè che nemmeno contano più e se il pargolo procede nella carriera sportiva passano all’ Hag perché tra ansia e caffeina rischiano l’infarto.

Al bar-delle-mamme-degli-atleti si fanno le riunioni con il coach e si ritirano i pettorali con il numero, si comprano le bottigliette d’acqua e le tavolette di cioccolata, si consolano i delusi e si festeggiano i trionfi, si perdono e  a volte si ritrovano guanti, cappellini, felpe. E dato che siamo umane, al bar si sfoggia tutta la competitività di cui siamo capaci. Non quella loquace e aggressiva dei padri ma quella profonda e tenace, su cui si può fare affidamento.

Non si tratta di mammismo italiano: la realtà è che non esiste al mondo nessun motivatore che per un atleta valga quanto una mamma disposta a sobbarcarsi anni di servizio taxi, lavaggio divise e supporto psicologico. Tranne, forse e solo più avanti, il moroso o la morosa su cui si vuole fare colpo (che però non lava la divisa).

E alla fine di tutto questo lavoro ci vuole anche un po’ di riposo, per godersi i risultati. Anche a questo servono i tavolini dei bar.

Nella foto: Edoardo Molinari

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