Dirlo con le parole degli altri: stessa spiaggia, stesso mare

Di nuovo ho trovato – nelle parole degli altri – qualcosa che mi appartiene.

Jacqueline Dana è una scrittice francese che ha vissuto parecchi anni a Torino  e  che nel romanzo La Femme du Sud, ha descritto una vacanza degli anni ’60 su una spiaggia della Liguria. Sono i miei ricordi e quelli di chissà quante altre, basta sostituire il nome della città di mare e chiudere gli occhi per tornare indietro,  verso noi stesse bambine in un’atmosfera un po’ vintage di vacanze italiane, come in uno di quei vecchi filmini senza il sonoro e con la pellicola un po’ rovinata.

“Nei mesi estivi, i benestanti della provincia e certi milanesi che avevano fatto i soldi ci venivano a frotte: regnava un’atmosfera da salotto dove il pettegolezzo circolava veloce. Ad ogni stagione si ripeteva il ritrovarsi annuale delle famiglie borghesi che, una volta e per sempre avevano deciso che Varazze era il centro del mondo e la più bella spiaggia d’Europa: dopo dieci mesi di lontananza, gli habitués facevano il punto della situazione: i bambini erano cresciuti, le mamme paragonavano i progetti dei figli maschi, pronti ad affrontare le migliori università, annunciavano i fidanzamenti delle femmine, sbirciavano le rotondità delle nuove arrivate, soppesavano i gioielli delle vicine di ombrellone e si scambiavano con solennità le ricette di cucina. Un altoparlante diffondeva verso il cielo le melodie di Modugno, il sole appiattiva i corpi stesi sulla sabbia pancia in giù-pancia in su-fermata Pizbuin, la crema solare i cui manifesti tappezzavano le strette vie del paese, vicino al negozietto con le mercanzie esibite sulla strada. A mezzogiorno le signore davano il segnale del bagno. Alcune di loro non sapevano nuotare, altre si rifiutavano di bagnarsi i capelli, freschi di parrucchiere. Si sistemavano sulla riva, ben piantate sulle gambe, l’acqua a metà polpaccio, il cappello in testa, la collana di perle intorno al collo, l’orologio al polso per cronometrare l’ora del rientro, in tempo per buttare nell’acqua bollente la pasta che avrebbe sfamato una ciurma abbronzata che scoppiava di vita. A  gruppi, come degli sciami di api, chiacchierano tra loro, lanciando dei gridolini quando un’onda, inavvertitamente, le bagna nelle parti basse. (…) Chiacchierano felici, protette, autoritarie. I loro mariti, restati in città, sono stati ben sistemati, ci hanno pensato loro. Dopo una mezz’ora riguadagnano l’ombrellone, con un’andatura lenta, perché il caldo affatica e l’acqua ai piedi di più ancora. Urlano nomi di bambini che raramente rispondono. Tutta la spiaggia si agita, le mamme corrono dietro ai bambini, tenendo in mano un accappatoio per asciugarli prima che possano prendere freddo, malgrado il sole torrido. Le porte delle cabine sbattono, i costumi sono lasciati cadere in terra, i bebé piangono. L’ora di pranzo lascia la spiaggia arroventata e vuota come una nave abbandonata.(…)”

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