Fase uno e tre quarti

‘So solo che devo prendere il treno delle undici in punto al binario nove e tre quarti’ lesse.
Zio Vernon e zia Petunia ebbero un soprassalto.
‘Binario che cosa?’
‘Nove e tre quarti’.
‘Non dire stupidaggini’ disse zio Vernon, ‘non esistono binari contrassegnati da questo numero’.
‘Ma è scritto sul biglietto’.
‘Ma quelli’ disse zio Vernon, ‘sono tutti svitati, matti da legare.’
(Harry Potter e la pietra filosofale)

Siamo nella fase uno e tre quarti. Non più nella Fase uno ma non ancora nella ormai mitizzata Fase due di cui non abbiamo ben capito le istruzioni per l’uso.

Nel frattempo continuiamo a sopravvivere nel nostro quarantena mood, in bilico fra la depressione da clausura e impotenza, la crisi di nervi dietro l’angolo e la scoperta che alla fine vale sempre il detto “se non puoi uscire dal tunnel, allora arredalo”, adattandoci al confortevole guscio casalingo ormai lindo e disinfettato. Sperando che i “matti da legare”non ci mandino a sbattere contro un muro.

Ma non si può dire che ci manchino le novità.

Ci hanno razionato le conferenze stampa delle 18.00, riducendole a due la settimana. Più che sufficienti, visto che si tratta di una sequenza di numeri recitati con una tale monotonia da non farci capire se stiamo andando bene, male o così così. In compenso sono arrivate le task force e sono subito diventate un must have, uno status, come la pelliccia negli anni ’50: anche spelacchiata, ma una task force ci vuole, altrimenti che presidente del consiglio/di regione/ di quartiere/ di condominio sei?

Ça va sans dire le donne non abbondano, il che rende queste combriccole abbastanza inadatte al raggiungimento di un risultato di buon senso relegandole a essere un ennesimo giochino da maschi: la mia task force è più lunga della tua.

Da parte nostra abbiamo cominciato a intuire la fregatura e se si va avanti di questo passo la fase due con figli a carico potrebbe annullare anni di fatica per avere il riconoscimento di pari dignità lavorativa, mentre qualche psicopatico delinquente mena o ammazza la poveretta che si trova come compagna di quarantena, per paura di essere abbandonato con le mutande da lavare e la pasta da scolare.

Le mascherine adesso si chiamano DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) e se non ce li procuriamo per tempo col cavolo che potremo mettere il naso fuori di casa. La collezione primavera-estate 2020 ce ne offre quattro o cinque modelli in diverse varianti di materiali, colori e fantasie e le vetrine delle farmacie che le espongono sembrano quelle di Zara. Fino a dieci giorni fa ne avremmo indossata una qualunque, pagandola qualsiasi cifra purché risultasse essere un minimo protettiva, oggi chiediamo modelli specifici ed eventualmente anche in un colore diverso dal verdino, che sbatte tanto. Ci basta niente per cominciare a fare i difficili.

La mascherina è diventata “the new burqa”: avere mezza faccia nascosta inizia a essere percepito come un vantaggio per le signore di una certa età con qualche ruga di troppo, che con un leggero e accurato trucco degli occhi intercettano gli sguardi interessati dei signori in coda davanti al panettiere. Una tattica di rimorchio assolutamente fine a se stessa ma utile per rendere meno monotone le uscite a fare la spesa.

L’ipotesi di riapertura a macchia di leopardo ci dimostra che il maculato va sempre di moda, buono per qualsiasi occasione. In Basilicata gongolano: tra Matera Capitale della Cultura e il titolo di Regione meno contagiata d’Italia (a parimerito con l’Umbria) negli ultimi due anni la Lucania ha avuto le sue belle soddisfazioni. Si aspetta un incremento di vendite di Amaro Lucano con consegna a casa. In Lombardia e zone rosse limitrofe si tenta lo scatto in avanti per non abdicare al ruolo di locomotive della Nazione, anche se guidate da manovratori talvolta confusi. Ognuno con la sua task force, beninteso.

La sfilza di moduli per l’autocertificazione, arrivati alla quarta versione, si è interrotta e ogni giorno abbiamo avuto notizia che, in barba alla burocrazia, c’è sempre qualcuno che se ne fotte e esce quando gli pare anche solo per dire di averlo fatto e postare la foto su Instagram con l’hastag #iorestoacasastocazzo.

Runner sulla spiaggia di Pescara, amanti del barbecue sui tetti di Palermo, proprietari di seconde case in Riviera: tutti si assembrano e si spostano come se niente fosse ancorchè spiati dai droni, denunciati dai vicini e inseguiti dalla polizia con conseguente diffusione virale dei filmati sui social.

La natura ha ripreso i suoi spazi: i delfini sono tornati vicino alle spiagge, le papere portano i paperottoli a vedere i locali della movida, i lupi si fanno un giro nei parcheggi dei centro commerciali nelle valli, si sa mai che qualcuno abbia dimenticato un hamburger nel carrello, i cinghiali attraversano le tangenziali in sicurezza. Davanti a casa mia, tra i cubetti di porfido è cresciuto un campo da golf. Gli ecologisti gongolano per i cieli limpidi e le acque chiare e azzurre, ma a Venezia preferirebbero vedere di nuovo i vaporetti pieni di turisti e le hostess vorrebbero tornare a volare.

Anche questa settimana abbiamo avuto il concertone benefico dal tinello: questa volta è stata Lady Gaga a proporre una versione 4.0 del Live Aid del 1985 ma molto meno iconica, con i semprevivi Rolling Stones ormai diventati un bell’ esempio di longevità attraverso i secoli e l’onnipresente Bocelli trasferito dal “canto anch’io” nostrano a quello internazionale senza muoversi dalla sua stanza con le orchidee in tinta con le tende.#iocantodacasa

Abbiamo visto Anna Wintour in una inedita versione: fino alla vita era sempre lei, frangia e occhialoni d’ordinanza, ma nella parte inferiore sfoggiava una tuta rossa: un cambio di rotta che ha scatenato le dietrologie delle influencer e dei wintourologi di tutto il mondo.

Forse è questo che intendono quando ci dicono che “niente sarà più come prima”

(13.continua)