Il Cimitour

Faccio parte di quella generazione che ancora ricorda i cimiteri come luoghi in cui chiedersi se “all’ombra dei cipressi e dentro l’urne/confortate di pianto/è forse il sonno della morte men duro?”e non di quella cresciuta scavando zucche, quindi per me i giorni a cavallo tra Ottobre e Novembre sono dedicati alla annuale visita al cimitero di competenza, insieme alla famiglia e non al rito del dolcetto/scherzetto.

E  anche se nel corso degli anni la famiglia “aldilà” è aumentata ed è di molto diminuita quella “aldiqua”, le tradizioni son tradizioni e vanno onorate: quindi tutti  a bordo e via alla gita fuori porta (la mia famiglia riposa nella patria di slowfood) con un cerimoniale che da tempo immemorabile comprende i seguenti passaggi obbligati:

– ricordare qualche tempo prima alla mamma che si sta avvicinando  il giorno dei Morti. Occorre usare  sempre maggiore cautela con  il passare degli anni e il – purtroppo  – sempre maggiore numero di quasi coetanei che se ne sono andati, anche se  ogni volta si cerca di farle credere che il defunto fosse di  molti anni più anziano di lei. Ma ormai ha mangiato la foglia, e si rattrista.

– scambio di telefonate sul tipo di fiori con cui addobbare la tomba. La discussione è  assolutamente superflua perché da 30 anni scegliamo sempre crisantemi bianchi ma confermarcelo tutte le volte ci dà la sicurezza di aver fatto la scelta giusta.

-scambio di whatsapp con orario dell’ appuntamento davanti ai cancelli del cimitero. Da anni sempre la stessa ora, ma è come per i crisantemi: bisogna avere delle certezze e fa parte del gioco.

– cinque minuti prima dell’ora prevista per l’appuntamento telefonata di mia sorella- che naturalmente è già arrivata – mentre la sottoscritta sta appena imboccando la tangenziale.  Menzogna della ritardataria : “sono lì fra un quarto d’ora-venti minuti al massimo” e conseguente scapicollamento che se per caso c’è un po’ di nebbia sono guai.

– rimproveri a raffica perchè “potevi partire prima”, sottolineati da smorfia di disapprovazione della mamma, che per aggiungere il carico massimo  – ritardataria e per giunta spendacciona – non manca di chiedermi se il cappotto che indosso è nuovo (e in genere ci azzecca).

– ingresso al cimitero in formazione-tipo e finalmente sosta davanti alla Spoon River casalinga: un breve momento di quiete e raccoglimento in cui ognuno intrattiene il proprio intimo rapporto con i defunti, con i pensieri e le parole che preferisce. Silenzio.

– inizio discussioni a carattere botanico sull’ opportunità di estirpare l’edera che potrebbe infilarsi negli interstizi provocando crepe pericolose. Espressioni di soddisfazione da parte dell’ associazione a delinquere mamma + sorella  per l’ abbattimento di due stupende tuje secolari,  fatte eliminare perché gli aghi caduti in terra “facevano disordine”. Fortunatamente quella che fa ombra alla statua in bronzo del Cristo benedicente è scampata alla furia delle due giustiziere e sta lì che è una bellezza.

– incontro con gruppi sparsi di vedove – anziane ma molto en beauté data l’occasione mondana – con cui la mamma si intrattiene in convenevoli espressi ad un livello di decibel da multa dell’ufficio d’igiene. E’ tutto un “ma come la trovo bene!” “sempre in forma!” “sono appena stata in crociera”, e via di questo passo con frasi che ti fanno capire esattamente il significato del detto popolare “chi muore giace e chi vive si dà pace”.

– finalmente pranzo al ristorante. Una grande tradizione anche questa, dato che  negli anni di gioventù mio papà era vicino di casa, amico fraterno e compagno di doppio a tennis del padre dell’attuale titolare. Non ricordo ricorrenza dei Defunti , da quando ho memoria, che non prevedesse un pranzo in questo locale  a pochi metri dalla casa dei miei nonni, dove sono nati mio padre e mia zia, dove mio nonno aveva magazzino e negozio.

E sta in questo ritornare ogni anno a fare le stesse cose, a compiere gli stessi riti di famiglia  buffi e teneri – inclusa la scorpacciata di Salsiccia di Bra, carne cruda,acciughe al verde e gnocchi al Castelmagno-  il mio personale omaggio a coloro che mi hanno lasciato in eredità il legame con questa città, dalla quale la nostra storia è partita e nella quale – forse – ritornerò. All’ombra della tuja secolare e inamovibile.

 

foto di William Willinghton

 

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