La Luna ironica: come la Luna è entrata nella mia vita e forse non ne uscirà mai più

Una notte di luglio di cinquant’anni fa. Una portafinestra aperta sul giardino di ghiaia con le poltrone di vimini e le siepi di pitosforo. Nel vano di una porta inutilizzata un televisore vecchiotto, con il tubo catodico a vista, poggiato sul carrello d’ordinanza: un po’ alto, con i ripiani in vetro e le rotelline che rigavano il parquet. Un totem degli anni Sessanta che stavano per finire acceso sulle immagini in bianco e nero in diretta dalla Luna.

Perché a nove anni ero lì, sola con mia zia davanti all’allunaggio in bianco e nero? Non c’era mia sorella, troppo piccola e addormentata già da parecchio nella camera “delle bambine”. Nemmeno la nonna, di sicuro in dispensa a preoccuparsi del menu del giorno dopo, incerta tra le milanesi con le zucchine o il nasello con la maionese fatta in casa. Papà già tornato a Torino e mamma, indifferente, da qualche parte.

Io e Dolly, uniche sognatrici curiose o forse uniche tapine ad avere problemi di insonnia, eravamo sedute in punta ai divani rivestiti di lino ruvido stampato a peonie e rose, attente a non perderci nemmeno un istante dell’impresa, nemmeno una frase di Tito Stagno, nemmeno una “erre” rotolante di Ruggero Orlando in collegamento da New York.

Ognuna pensava per sé quella notte, cercando in silenzio risposte dalla Luna, che  aveva smesso di essere soltanto una luce nel cielo per diventare un deserto di sassi su cui lasciare una storica orma. Una bambina di nove anni con tanto tempo davanti a sé per trovarle, quelle risposte, e una donna di trentanove che a un certo punto, violentemente e volontariamente, smise di cercarle. Di quel terzetto della notte del 20 luglio 1969 rimanemmo in due: io e la Luna (anche la casa è uscita di scena).

Anni dopo, in una cassetta di sicurezza trovammo una busta filatelica, che era stata portata dagli astronauti in una missione Apollo e con annullo “lunare”, acquistata da papà, appassionato collezionista di francobolli. Decidemmo di venderla, come avevamo fatto con gli altri francobolli, nel momento stesso in cui mia figlia stava per prendere una decisione importante: la mia quota di quella vendita aveva trovato quasi naturalmente la sua destinazione, i ricordi di tanto tempo prima e delle persone che non c’erano più si stavano saldando con il futuro, alla luce della Luna. Come se fosse arrivata, dopo tanti anni e senza preavviso, una risposta alle domande inespresse di allora.

La mia amica Patrizia mi ha spiegato che nel mio tema natale la Luna è in posizione altissima, privilegiata. Che racconta una grande attrazione per ogni forma di conoscenza, dinamismo, progettualità e attenzione, che stimolando il cervello arriva al cuore. Patrizia la definisce come non saprei fare meglio: una Luna ironica.

E a me piace credere che quella sera, seduta sul bordo dei cuscini a rose e peonie, avessi già capito che io e lei – la Luna ironica – avevamo molte cose in comune e che l’avrei sempre avuta vicina fino al futuro, custode solitaria e rocciosa di ricordi e affetti.

A proposito, il mio numero portafortuna è l’11. Come l’Apollo di Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins.

Grazie a Patrizia Balbo per il tema natale e tutte le cose che mi spiega in quel suo affascinante modo così semplice, così preciso,così diretto. Adoro la “Luna ironica”!

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