Le tette del giudizio

Questo è un post dedicato con affetto a quelle che trent’anni fa, grazie alla loro “quinta” monopolizzavano l’attenzione di tutti i maschi, abbagliati e ottusi da tutto quel ben di dio.

E’ un post stimolato dalla stagione, che fa riflettere su particolari anatomici esposti ai quattro venti, e da Enrica Tesio che sul suo blog svolge perfettamente il tema dal punto di vista delle trentenni (Cose che ho imparato sulle mie tette. Piccole), mentre il Corriere della Sera del 15 agosto ci rassicura che Victoria’s Secret, in controtendenza con il resto del mondo e le preferenze dei più, esalta il suo nuovo “angelo piatto”, la modella Stella Maxwell.

Quello delle tette è un problema transgenerazionale, che accompagna per la vita. Dalla prima apparizione -o non-apparizione – fino al lento ma inesorabile scivolamento è un cruccio sia per chi ne ha troppe, sia per chi  è sempre stata una seconda scarsa, che a stento durante la gravidanza e l’allattamento è riuscita a raggiungere una normalissima terza e che nella maturità si ritrova con quelle che potrebbero tranquillamente definirsi le“tette del giudizio”, quelle che arrivano tardi, quando non ci speri più, quando quasi non sai più che fartene, e sono comunque una piacevole sorpresa.

Negli anni Ottanta ho vissuto la comparsa dei primi Wonderbra, con la Herzigova che ci metteva del suo (è il caso di dirlo) per far sentire delle minus habens quelle come me. Il mio primo reggiseno imbottito e miracolante l’ho comprato durante un viaggio di lavoro negli USA, e non vi sto a dire i commenti dei miei compagni di viaggio. A ulteriore spiegazione dirò che all’epoca mi occupavo di organizzare servizi fotografici di moda e quindi ero anche circondata da pezzi da novanta, in quanto a dotazione.

Poi è arrivato Calvin Klein: erano gli anni del minimalismo imperante e ne ho fatto una bandiera. Maglioni dolcevita neri e tubini che cadevano a piombo –  come quelli di Audrey Hepburn – e  biancheria liscia e quasi maschile. Tutti quei CK sugli elastici turbavano un po’ il senso estetico ma a cercare bene si trovavano dei simil-Calvin meno griffati.

Intimissimi e Calzedonia e tutti i simili seguiti a ruota negli anni recenti hanno offerto la possibilità di scegliere reggiseni e costumi in forme e imbottiture di ogni ordine e grado, mentre molte coetanee arrivate a traguardi anagrafici “importanti” optavano per la soluzione chirurgica. Naturalmente era d’obbligo storcere il naso, ma in segreto si pensava che avessero fatto bene e l’unica cosa che frenava un po’ era che l’operazione non era coperta dall’assicurazione sanitaria, anche se gli escamotage si trovavano sempre e chi riemergeva da un’ operazione di appendicite tardiva non di rado sfoggiava anche un bel paio di tette nuove di pacca. Ai primi quarantesimi molte se le son fatte regalare da mariti e/o compagni. Come dire , un regalo per tutti e due.

E da qualche tempo sono comparse appunto le “tette del giudizio”, uno dei tanti regali della menopausa. Una “seconda” diventata una “terza” e per di più abbastanza tonica, visto che i tessuti non sono stati messi sotto tensione per decenni dalla forza di gravità. Ora, non è che che sono diventata l’Herzigova che mi sarebbe piaciuto essere tanti anni fa, ma ho cominciato a osare scollature prima assolutamente sprecate e mi diverte quando la commessa dice (seriamente!) che mi ci vuole la coppa C. E anche vedere che qualche maschio di allora, che non avrebbe scommesso cento lire – del vecchio conio – si deve ricredere.

Naturalmente va da se che l’apprezzamento maschile nei miei confronti è da sempre destinato almeno all‘80% a qualità che con le tette hanno ben poco a che fare, e mi è sempre andato bene così. Se invece è una cosa che fa sentire a disagio, beh allora valgono le imbottiture, la chirurgia e anche le sedute dallo psico-tettologo. Non è mai salutare sentirsi inadeguate e comunque, ragazze, per quel che serve sappiate che una speranza ci può essere. Fidatevi…

Nella foto: Audrey Hepburn a Venezia nel 1953. 

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