Oh, no! Di nuovo il cambio stagione nooo! Ma adesso c’è la guru…

E la Pasqua è andata.  Con tutte quelle cose che si fanno a Pasqua, tipo infiniti pranzi con abbacchio, fave e pecorino, merende nei prati con la torta pasqualina, whatsapp con pulcini, discussioni sull’ora migliore per il ritorno che si concludono sempre – a qualunque ora e da qualunque luogo si parta – con code interminabili ai caselli.

Come ogni anno ci siamo applicate con diligenza alla distruzione sistematica delle colombe – come se mangiare soltanto “il sopra” mandorlato di un’ intera colomba non portasse le medesime calorie di una fetta di normali dimensioni – e alla conservazione di decine di pezzi di uova di cioccolato in scatole di latta a cui attingere durante le prossime sere davanti alla TV.

Il meteo è stato come sempre così così, un po’sole un po’ pioggia. È stato tutto un metti-e-togli, seguendo il passaggio delle nuvole davanti al sole e non essere riuscite a trovare – nel casino generale dell’ armadio – quella maglia che sarebbe stata proprio adatta al clima del week end di Pasqua ci ha acceso il segnale di emergenza : è di nuovo l’ora del cambio stagione.

E questa volta, per non fare le cose approssimativamente, ho comprato “ Il magico potere del riordino”, un piccolo saggio uscito da poco, ampiamente recensito sui giornali e oggetto di commenti in rete. Armata di matita per sottolineare i passi salienti,  ho iniziato la lettura alla ricerca di importanti verità a me ancora sconosciute sull’argomento prima di attaccare il famigerato armadio della vergogna, sperando di avere aiuto e conforto.

Il primo argomento di riflessione è che l’autrice è giapponese. I giapponesi sono tendenzialmente più portati degli occidentali (e della sottoscritta di sicuro) ad una visione zen dello spazio e del caos, quindi l’approccio al problema è più essenziale che pratico: la signora ci dice (anche) da quali capi o oggetti iniziare a riordinare e come ripiegare i capi per evitare le grinze, ma soprattutto che bisogna farlo tutto in una volta, che è meglio farlo senza la TV accesa in sottofondo, che meditare sotto una cascata e riordinare hanno molti punti in comune, che non va bene affibbiare ad altri le cose di cui ci si vuole disfare ( e gli swap party, allora? ) , che il punto chiave è posizionare le cose in verticale e che non si devono organizzare le cose se prima non si è finito di buttare quello che non serve.

Lei è arrivata a capire tutto questo sviluppando la passione per la pulizia e il riordino a partire dai cinque anni, leggendo riviste femminili.
Ora, io non sono mai stata una bambina particolarmente viziata, mi sono dovuta sorbire la dose canonica di “metti in ordine la tua stanza” e ho imparato a non soccombere sotto stratificazioni geologiche di vestiti sul pavimento, ma credo che se avessi passato gli anni delle elementari a leggere riviste e a riordinare cassetti mia madre mi avrebbe fatta vedere da uno bravo.

Si può certo concordare con lei sul fatto che affrontare e selezionare le proprie cose costringe – in senso lato – a confrontarsi con le scelte del passato, ma questo tipo di riflessione secondo me può portare a conseguenze estreme: sono disposta a valutare successi e fallimenti sulla base della quantità di sacchi neri che usciranno di casa alla volta del cassonetto? Tremo al solo pensiero! Senza contare la drastica affermazione che “contenitori e divisori non servono”. E tutti gli accessori per cassetti che ho acquistato all’IKEA ? Anche quelli vanno a ingrossare le fila delle mie scelte sbagliate? Non ce la posso fare. Piuttosto lascio che le stagioni si accumulino sugli scaffali, come una millefoglie a strati alternati di maglioni di cachemire invernali e prendisole senza maniche.

Un fondo di ragione ce lo deve avere, la signora giapponese, perché di questa passione infantile ha fatto un mestiere abbastanza redditizio, da quanto si evince dalla biografia in copertina, e il fatto stesso che ci sia una copertina di best seller da 30.000 copie  su cui leggere queste cose ne è la prova.
In effetti è condivisibile la sua sentenza finale che ”l’organizzazione degli spazi è l’atto sacro di scegliere una casa per le cose che possediamo”.

Esattamente quello che mia nonna traduceva, direttamente dal giapponese, con “ogni cosa al suo posto e ogni posto la sua cosa” .

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