NON É SOLO UNA QUESTIONE DI RIORDINO: É PROPRIO LA NECESSITA DI LIBERARSI DEFINITIVAMENTE DEL CIARPAME PRIMA CHE TOCCHI AD ALTRI FARLO PER NOI.
Un passaggio che l’ineffabile Marie Kondo non ha mai contemplato è quell’azione liberatoria e definitiva che è stipare il bagagliaio dell’auto e spingersi verso l’ecocentro più vicino.
Trascorsi gli anni in cui ci bastava abbracciare gli oggetti che ci avevano magari anche riempito di tanta gioia ma soprattutto riempito quasi tutto lo spazio negli armadi, arriva il momento in cui ogni persona di buonsenso deve affrontare senza sentimentalismi il problema dei “ciapa pùer”, definizione che, se per il resto del mondo potrebbe sembrare giapponese per i piemontesi, almeno quelli di vecchia data, ha un significato preciso. Il decluttering come lo intendiamo noi.
Trattasi di tutto quello che ci circonda senza che più ci serva e letteralmente – ma anche metaforicamente – “prende (ciapa) polvere (pùer)”. In ordine sparso: la lampada olistica in forma di menhir che ci hanno regalato nel 95, gli attrezzi da ginnastica acquistati on line durante il lockdown del 2020, tutti i CD il cui apposito lettore si è definitivamente rotto anni fa, a cui bisogna aggiungere la colonna porta CD dell’IKEA, quasi tutta la roba comprata all’IKEA oltre a quella di cui avevamo effettivamente bisogno, il “pezzone” vintage che era perfetto su Brigitte Bardot negli anni Sessanta e addosso a noi…..ma che ve lo dico a fare. Si potrebbe andare avanti all’ infinito.
Come in un film di Hitckock siamo assalite da quest’ordalia di inutilità ogni volta che apriamo quelle ante degli armadi che non sono proprio le più facili da raggiungere o cassetti che non vengono presi in considerazione.
Per non parlare degli sgabuzzini. Quello che all’acquisto di una casa nuova o alla firma del contratto d’affitto ci veniva magnificato dall’agente immobiliare come “una stanza in più” negli anni si è trasformato nel nostro incubo peggiore.
E vogliamo parlare di quando i casi della vita ci pongono di fronte al compito di svuotare la casa di genitori che non ci sono più? Uno dei più grossi sbattimenti esistenziali che si possano immaginare. Anche pesante emotivamente.
Ma bisogna fare e si fa, con una serie di declinazioni sul tema da manuale di psicologia, dipende dal numero di persone e dal grado di parentela di chi interviene nell’affaire.
Le due modalità standard sono “fai tu, mi fido” e “facciamolo insieme”: entrambe sfociano nell’ esaurimento nervoso.
Nel primo caso i fratelli delegano uno di loro (femmina) a occuparsi della cosa – già di persé faticosa dato che normalmente capita quando non si è più giovanissimi. Lasciando perdere gli oggetti di valore per i quali si spera che ci siano istruzioni scritte e legali ben precise, ogni singolo pezzo sarà oggetto di discussione: da “la statuetta in ceramica della ballerina di flamenco piaceva tanto a me” a “che fine ha fatto la risottiera in rame?” fino a “se lo sarà portato via la badante” e “hai buttato il cuscino a mezzopunto che avevo fatto per mamma alle elementariiiiiiiii!”. Tutto ciò viene elevato all’ ennesima potenza in caso di cognate/i che non si trattengano dal dire la loro.
La seconda situazione è detta anche del “ma in che favola vivi?” perché la preferita dalle sorelle romantiche: si parte con i tre mucchi “tenere”,”buttare” e “da rivedere” e si raggiunge inevitabilmente la fase di stallo quando quest’ultimo raggiunge il soffitto. A questo punto le romantiche, che non riescono a liberarsi di qualsiasi cosa susciti in loro un ricordo anche infinitesimale, vanno in sbatti e la situazione viene risolta dalle pragmatiche che in seguito, quando tutto sarà finalmente risolto, verranno accusate di essere ciniche. Come potete vedere in quest’ultima frase non sono contemplate presenze maschili. Traetene voi le conseguenze.
Ma senza dover arrivare al caso limite di dover delegare la questione a figli e nipoti dopo la nostra dipartita, la questione ambientale ci è venuta in soccorso con la creazione degli ecocentri.
Perciò calma e gesso: individuiamo quello più vicino, facciamo tanti bei sacchi differenziati senza pietà né pentimenti carichiamo tutto sull’auto e dirigiamoci verso cassonetti e container.
Se sarà anche una bella giornata di sole ci sentiremo libere quasi come quando, tanti anni fa, avevamo lasciato un tizio che non ci piaceva più e nemmeno ci serviva, nonostante ci avesse dato momenti di gioia per i quali lo ringraziavamo tanto, ma anche basta.

Tutto vissuto sulla mia pelle…
Grazie Francesca!