EMPOWERMENT FEMMINILE E ARREDAMENTO D’INTERNI

DENTRO OGNI BELLA CASA C’È UNA DONNA CHE HA FATTO TUTTO DA SOLA, COME MIA MADRE QUARANT’ANNI FA. MA ALLORA ERA TUTTO PIU DIFFICILE PERCHÈ NON C’ERA INSTAGRAM.

Per l’allestimento della casa in montagna negli anni 80 mia madre si affidò a un architetto molto in voga tra le signore della Torino-bene (cioè tutte le sue amiche). Ai tempi si acquistavano case appena costruite, non quelle già oggetto di un paio di rimaneggiamenti, perciò l’intervento del professionista fu decisivo per piccoli spostamenti di tramezzi, la creazione di armadi a muro, la scelta dei materiali e dei rivestimenti e la realizzazione di arredi su misura, dato l’esiguo spazio a disposizione.

Come da fatture reperite negli incartamenti di famiglia, il costo non fu indifferente ma visto il risultato mio padre, remissivo come tutti i mariti di fronte a cose che non capiscono ma possono in definitiva permettersi per mantenere la tranquillità in famiglia, si adeguava e saldava.

Arrivati però quasi alla fine dell’opera mia madre inspiegabilmente si sentì prevaricata dalla figura a cui lei stessa si era rivolta e decise che la casa era sua (come sancito da atto notarile ça va sans dire) e sarebbe stata lei a dire l’ultima parola. Al punto in cui stavano le cose non c’era granché da dire perciò la sua ribellione di donna e padrona di casa si risolse nell’aggiungere all’ottimo lavoro fatto dall’archistar sabauda solamente un orrendo quadro il cui unico pregio era di avere uno sfondo azzurro che si intonava perfettamente con il tessuto di Rubelli che rivestiva il divano.

E per la legge secondo la quale se in uno spazio c’è anche un solo, piccolo elemento dissonante lo sguardo finisce sempre lì, la sottoscritta si è chiesta per quarant’anni “ma perché?”. Ovviamente senza aver mai avuto il coraggio di chiederlo a mia madre né di sostituire il quadro.

Poi, crescendo o invecchiando fate voi, ho finalmente capito: ogni donna vuole essere l’artefice della sua casa, la destinataria finale dell’ammirazione degli ospiti, la sola e unica conoscitrice di quello che la rappresenta veramente in termini di habitat. Nessuna dirà mai di aver pagato un mercenario seppur dotato di laurea, competenze e spesso pure di fama per aver saputo dare quel “quid” che fa instagrammare il suo salotto e talvolta anche il bagno con l’hashtag #lebellecaseditorino (o analoghi in tutto il globo terracqueo).

Ovviamente in certe case gli architetti sono intervenuti eccome, anche perché ci vogliono disegni e permessi per tirare su e giù muri che talvolta sono portanti e non si possono eliminare solo perché piace la cucina a vista, ma vuoi mettere la libidine di dire “ho fatto tutto da sola”? Che poi aver fatto da sola alle volte significa essere andate dal grossista di piastrelle a vedere quelle già selezionate dall’architetto, perché mettersi lì a guardarle tutte è pura follia e ci sono anche altri impegni. Unica variante ammessa è avvalersi di una architettA e sentenziare “è una donna, ma ha le palle”.

L’empowerment femminile passa anche da questo genere di affermazioni e a tutti quelli che pensano che una donna di potere si vede da come si veste dico di fare prima un giro nella sua casa – ammesso che vi inviti – per un caffè seduti sulla sedia di design piazzata di fianco al cassettone ereditato dalla bisnonna contessa. Lì si si capisce chi comanda.

Internet, Pinterest, Instagram hanno fatto il resto e se mentre prima occorreva perdere un sacco di tempo a sfogliare AD e Living, oggi si seguono gli influencer per formarsi una competenza nel ramo. Gli influencer, lo dice il nome, influenzano in tutto e non è difficile vedere come alla tipa o al tipo che si occupano di moda o libri si chieda anche di che marca è la sua cucina #adv o #giftedby, che quasi sicuramente ha progettato un architetto raramente nominato. Nessun influencer ha ore e ore da perdere all’IKEA per decidere se mettere o no lo scolapiatti.

Non c’è che l’imbarazzo della scelta: interior designer, floral decorator, colour consultant, textile expert… così tanto per spulciare. E tutti costoro suggeriscono palette di colori, mensole di camini con millemila oggetti accostati con gusto, tappezzerie, arredi di seconda mano scandinavi, orientali o dei nonni di qualcun altro da cercare nei mercatini o nei magazzini appositi, il recupero delle cementine divelte anni fa per coprire tutto di moquette (che però sta tornando e allora come la mettiamo?). Se negli anni 80 ci fosse stato Instagram mia madre non avrebbe di sicuro toppato con il quadretto.

Tutti ormai siamo in grado di capire e replicare (o far replicare dall’artigiano di cui ci si passa il contatto come se fosse oro) il gusto del momento, dalle aperture a arco ai colori sulle pareti, diversi ma sempre gli stessi fino a nuovo ordine. Ma è sempre stato così e chi mette su casa oggi è convinto che i faretti e l’illuminazione perimetrale a incasso siano una novità e non un’imitazione delle showroom della Milano da bere soltanto con i led al posto delle alogene che consumavano un botto.

Per non parlare delle infinite formule di consulenza senza nemmeno la necessità di muoversi dalla tastiera: basta inviare una planimetria. Poi se la planimetria recuperata non corrisponde alla realtà (caso che si presenta più volte di quante si possa immaginare) al massimo il muro è più corto di venti centimetri e il divano ti finisce davanti a una porta, però vuoi mettere come sta bene, rivestito in velluto multicolor come quello della tizia da 35.000 followers?

E poi le opere d’arte, i workshop per imparare a farsi le cose da sé, la scelta dei fiori e il fatto che se rinasco voglio fare il falegname…
Magari ci faccio un altro post. L’argomento è vasto.

P.S. Il quadro della casa in montagna l’ho buttato. Scusa, mamma.

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