Le borse non sono solo dei contenitori, come pensano gli uomini che sono anime semplici e credono che a noi le borse servano per portare in giro le cose (ed è per questo che soprattutto d’estate ci mettono pure i loro occhiali e i loro telefoni).
Le borse portano interi carichi di significati e emozioni e a prescindere dai rossetti, carte di credito e telefoni che riusciamo a metterci dentro, contengono mondi infiniti, tutta la nostra vita. Ogni stagione ha la sua borsa. Ogni donna ha la sua borsa. Ogni borsa racconta una storia.
Avete presente la scena della Carica dei 101 dove ogni donna sta portando a passeggio un cane che le rassomiglia? Ecco, le borse sono un po’ così: ci fanno appartenere a una tribù, che sia quella delle fashion victim, delle studentesse, delle lavoratrici o delle mamme.
La prima borsa che ci hanno messo sulle spalle, è stata la cartella delle elementari, che portavamo con orgoglio. Poi, usando l’arma di infiniti capricci, abbiamo preteso e avuto quelle prime borsettine che riempivamo con niente ma che ci facevano sentire proprio uguali alla mamma alla quale davamo l’altra mano per attraversare la strada. Eravamo diventate “portatrici” di qualcosa, anche se non sapevamo ancora bene di cosa. Lo avremmo scoperto negli anni, per il momento ci godevamo gli sguardi che pensavamo rivolti solo a noi e alla nostra meravigliosa borsetta da mini-donna.
Quando abbiamo lasciato i calzettoni e le gonne a pieghe abbiamo inforcato il motorino con a tracolla il tascapane dei libri in cui nascondevamo anche le sigarette e il mascara e il rossetto con cui ci truccavamo usando lo specchio dell’ascensore, appena uscite di casa.
Con i primi stipendi ci siamo potute permettere le borse firmate, quelle che avevano tutte. Perché a trent’anni ti devi sentire parte di qualche cosa, e una borsa aiuta.
Al lavoro andavamo con gli zainetti un Nylon di Prada o di Vuitton in cui riuscivamo a far stare, oltre all’agenda Filofax e forse un telefono portatile antidiluviano dal peso impossibile, anche i necessaire da neomamme: il biberon o i succhini per le merende e i golfini per quando ai giardinetti cominciava a rinfrescare.
Con il nido ormai vuoto e la cervicale incombente abbiamo stipato le Chanel di pashmine anti spiffero e ora siamo ormai arrivate alle borse portate a bandoliera che ci ha imposto l’ortopedico perché dopo tanti anni e tanti chili la spalla destra chiede pietà, quando non pretende addirittura una protesi.
Una borsa è scudo, è coperta di Linus: in un momento di insicurezza, di ansia o di difficolta ci “attacchiamo” alla tracolla o a un manico di borsa. Hermès ha dato il nome di Kelly a quella borsa che la Principessa Grace usava per proteggere da occhi indiscreti una gravidanza che secondo le regole non poteva essere manifestata con troppo anticipo.
Quando c’è dell’imbarazzo facciamo finta di frugare con il naso dentro alla borsa.
Una borsa manda segnali. La Ferragamo di Margaret Thatcher era un segnale così potente del suo carisma che “The handbag is here” era un modo che usavano i suoi collaboratori per dire che la Lady di Ferro era arrivata in ufficio o in Parlamento.
La Regina Elisabetta appoggiava in terra le sue borsette semplici e regali – in cui la leggenda dice ci fosse soltanto un rossetto – o le spostava da una mano all’altra seguendo un codice ben preciso che gli addetti alla sua persona sapevano riconoscere.
Io mi sono fatta dipingere su una borsa la copertina del mio secondo libro, così quando qualcuno mi chiede perché ho una collana di perle sul secchiello ho l’occasione di raccontare la fava e la rava e posso pavoneggiarmi per essere immeritatamente una scrittrice.
Non troviamo mai niente nelle nostre borse, nemmeno in quelle piccolissime. In genere se non troviamo qualcosa in una clutch è perché quella cosa l’abbiamo dimenticata a casa o perché non ci stava, ma non ci diamo per vinte.
Mi piacciono le donne che non smettono mai di cercare, di esplorare nelle borse come nella vita perché prima o poi qualcosa si trova.
Tutte le borse sono un perenne ufficio oggetti e sentimenti smarriti e poi ritrovati. Contengono passato presente e futuro nelle forme più disparate: una castagna che le nostre nonne ci consigliavano di mettere in borsa ai primi giorni d’autunno per scongiurare i raffreddori, lo scontrino che ci ricorda un bel posto dove abbiamo preso un caffè con la nostra amica, le chiavi di casa (di quante chiavi di quante case si sono riempite le nostre borse!), il programma della stagione teatrale che vorremmo seguire, l’invito a una mostra che inaugurerà la settimana prossima.
Quando decidiamo di comprare una borsa ne cerchiamo una che corrisponda al nostro ideale di perfezione, un po’ come succede(deva) con gli uomini.
Siamo sempre alla ricerca dell’uomo giusto e della borsa giusta, ma mentre per quanto riguarda gli uomini dopo un po’ la ricerca si arena e si scende a compromessi – che beninteso possono portare a una vita a due piena di felicità – per le borse si arriva sempre a un risultato che soddisfa e gratifica.
Alla borsa chiediamo fascino e capienza, eleganza e praticità, il colore giusto e il modello alla moda, il materiale resistente e le linee moderne, i manici lunghi, corti, spessi, sottili; la vogliamo con il soffietto, con la pattina, ma anche un po’ a secchiello; ci piace di paglia, di velluto, di peluche, di pelle. Adatta a essere strapazzata per tutto il giorno anche con la pioggia ma perfetta per la sera perché non abbiamo il tempo di passare da casa a cambiarla.
Insomma, chiediamo tutto e tutto il contrario. Per questo abbiamo bisogno di tante borse: perché ognuna è perfetta a modo suo, come le famiglie felici di Tolstoj.
Niente è più meditato e allo stesso tempo impulsivo dell’acquisto di una borsa. Passiamo ore a scrollare Instagram alla ricerca di ispirazione, tra influencer, giornaliste e celebrities. E a proposito di celebrities: vogliamo parlare di quello che ha fatto Jane Birkin per le borse? Una che stava con un tipo oggettivamente brutto, che ha cantato una canzone che lui aveva scritto per un’altra e l’ha fatta diventare un successo, una che portava i cuissard con classe e qualsiasi altra cosa vi venga in mente. È stata una manna per Hermès, ma anche per i produttori di cestini che l’estate scorsa (complici le foto di Jane ante borsa Hermés che hanno riempito i social alla sua morte) hanno avuto un balzo nelle vendite.
Questo per dire che qualsiasi borsa anche il cestino da uova può diventare un nostro oggetto del desiderio, qualcosa che pensiamo possa aggiungere, stile, carisma, fascino a quello che siamo o almeno all’immagine che noi abbiamo di noi stese
Guardiamo vetrine di tutti i tipi, esaminiamo le borse delle amiche, valutiamo tutti i modelli con una costanza e una determinazione che a volte potrebbero essere degne di miglior causa e poi ci fermiamo di botto davanti a una vetrina e… l’abbiamo trovata! Entriamo, paghiamo e usciamo con la nostra borsa: nessuna commessa, titolare di negozio o venditore che lavora in quei paradisi in cui per venderti qualsiasi cosa ti offrono un cioccolatino, il caffè e ti fanno accomodare sui divani sarà mai in grado di vendere a noi qualcosa come lo sappiamo fare noi stesse.
Ma non la volevi blu? va benissimo marrone, che in autunno è meglio. E sta bene anche con il blu.
Ma non la cercavi con i manici? A tracolla è più pratica.
Ma non ti piaceva quella vista tre giorni fa? Tre giorni sono un’eternità.
E raramente sbagliamo. Si può sbagliare l’acquisto di un paio di scarpe, mai quello di una borsa.
Ma questa, è un’altra storia.

Bravissima!!! le sue storie sono sempre magiche e colgono perfettamente tutti i miei pensieri.
Non mi stanco mai di leggerla e….aspetto con ansia l’arrivo della sua mail.
Grazie di ❤️
Daniela Fiore
Che bello avere lettrici come lei, così attente e gentili! Grazie e buona lettura ogni settimana
Brava Francesca, ancora una volta hai colto nel segno e con che spigliatezza!
Grazie Silvia!