Cinquant’anni (e più) di storytelling. Ma le storie su Instagram anche no

La nostra generazione è cresciuta con le storie più classiche, popolate di lupi, nani, sguattere e principesse, belle e bestie, bambini volanti e bambine curiose, isole che non ci sono e boschi in fiamme. Tutto il repertorio dei fratelli Grimm e soci rivisitato in chiave Walt Disney. A parte il trauma della morte della mamma di Bambi che rimane uno dei momenti più tristi della nostra infanzia, il resto ha contribuito a creare eccessive aspettative nel lieto fine, puntualmente smentite negli anni successivi dalla vita vera.
Raggiunta l’età della ragione una delle frasi che più ci hanno perseguitato è stata “non fare storie e mangia la minestra, pensa ai bambini dell’Africa”. Bambini che comunque non risulta abbiano mai avuto un qualsiasi diretto beneficio dal nostro ingozzarci di minestrone e passato di verdura.

“Non raccontarmi storie” accompagnava in genere i cazziatoni stratosferici dell’adolescenza quando per avere un minimo di vita sentimentale e sessuale decente dovevamo inventarne di ogni. Rimane credo ancora oggi in testa alle classifiche il racconto di gite, vacanze e weekend a cui miracolosamente sembrava partecipassero solo e sempre ragazze, di maschi nemmeno l’ombra. Nessuna madre ci ha mai creduto veramente, hanno sempre fatto finta per giustificare soprattutto se stesse per averci dato il permesso. E noi con le nostre figlie abbiamo fatto lo stesso.
Con il passare del tempo abbiamo cominciato a “farci delle storie” (o “dei film”) in cui tutto succedeva come volevamo noi. In fondo stavamo applicando alla realtà (nostra) quegli schemi che avevamo imparato dalle varie Cenerentole, Belle Addormentate, Wendy e Alice ma anche da Pretty Woman e dalla fidanzata dell’Ufficiale e Gentiluomo. Noi eravamo le protagoniste indiscusse ma il lieto fine non arrivava mai. In linea di massima avevamo più probabilità di incontrare la versione reale del Cappellaio Matto e della Strega Malefica che principi con la faccia di Hugh Grant o Richard Gere.
Siccome di storie non ne abbiamo mai abbastanza e quelle clandestine hanno sempre un certo fascino c’è stato il periodo del “quella lì si è fatta una storia”, detto con la bocca a culo di gallina e la voce più bassa di un tono a significare massima riprovazione e altrettanta invidia. Le irriducibili hanno continuato imperterrite: una storia via l’altra, in sequenza o sovrapposte, alla luce del sole o di nascosto. Eccesso di romanticismo, ricerca di conferme o filosofia dell’“ogni lasciata è persa”?
Poi è arrivato Alessandro Baricco nostro coetaneo che ha pure lui di sicuro vissuto il momento del “non fare storie” e “non raccontare storie”. Però le balle ai suoi le raccontava con un certo stile.
Fino a quel momento avevamo fatto tutti storytelling ma non lo sapevamo. Lui ci ha aperto un mondo. Qualsiasi argomento è diventato una storia da raccontare. Anche a chi non la voleva sentire, anche per chi non la sapeva raccontare. Il macellaio si esibisce nello storytelling dell’arrosto con la vena, la portinaia che racconta i fatti della signora del quarto piano fa storyelling, a scuola sono spariti i riassunti ma chiunque è in grado di fare storytelling. Ci sono più storytellers che falegnami, e dio sa quanto saremmo disposte a pagare un buon falegname, alle volte.
Adesso ci sono le Instagram Stories. Giuro, io mi fermo qui. Ho imparato a usare i “soscial”, ho un blog su cui racconto le mie storie (e già litigo ogni volta con il perverso meccanismo che mi segnala che scrivo paragrafi troppo lunghi), sono su Instagram ma le Stories anche no. Andate avanti senza di me, non ce la posso fare. E nemmeno voglio imparare.
E se poi volete delle storie io ne ho di bellissime da raccontarvi…

Nella foto: lo storyteller per antonomasia.

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